Vita e Morte

Molti di noi ignorerebbero volentieri la morte. Ciò risulta impossibile, essendo dappertutto, strettamente intrecciata con la vita della natura e dell’uomo.
Essa ne narra la storia, ne evidenzia l’adeguatezza come unità di misura ed è ispiratrice d’arte, di musica e poesia.
La morte riflette anche la qualità della vita, come risulta dalle innumerevoli statistiche di cui ci serviamo. l’O.M.S., in una di queste, evidenzia come per ogni centomila parti in Norvegia muoiono sei donne e in sierra leone milleottocento, facendo intuire, magari in modo freddo e distaccato, una notevole differenza delle condizioni igienico-sanitarie nei due paesi.
Possiamo inoltre fruire di eccelse opere d’arte come il giudizio universale di Michelangelo, la divina commedia di Dante o i requiem di Verdi e Mozart, innegabilmente ispirate alla morte e alla paura che incute negli uomini.
Secondo alcuni studiosi anche le prime religioni e le prime filosofie nascono dalla paura della morte.
Nell’età classica Platone sostiene che l’ora della morte deve essere celata all’uomo poiché conoscendola egli diviene schiavo della fine.
Un’altra prospettiva è quella del Montaigne. Egli ritiene che l’uomo debba convivere perennemente con il pensiero della morte che deve essere attesa dappertutto e in ogni momento.
La filosofia viene considerata da entrambi mezzo per preparasi alla morte, ma se in essa Platone vede il passaggio dell’anima ad una realtà superiore e più felice, Montaigne considera la morte come un inevitabile punto di arrivo.
Nel corso della storia l’uomo non ha mai smesso di interrogarsi sul concetto di morte, assumendo nei suoi confronti atteggiamenti diversi.
Nell’alto medioevo la morte era un evento non temuto, familiare e allo stesso tempo pubblico. quando si annunciava, il morente non tentava di resistere: si metteva a letto e si preparava al trapasso raccomandandosi a dio. familiari ed amici andavano a visitarlo e la casa era aperta ai passanti.
Intorno al dodicesimo, tredicesimo secolo prende forma un nuovo concetto di morte in cui l’accento è posto su ciò che accadrà dopo: il giudizio finale e la ricompensa o la punizione dell’aldilà. i corpi degli uomini illustri e dei santi vengono smembrati per fornire reliquie ai centri religiosi e la pratica è tanto diffusa da costringere papa Bonifacio VII a emanare l’editto “de Sepulturis” nel febbraio 1300.
Nel 1450 nasce un nuovo genere letterario, l’Ars Moriendi che sarà la lettura preferita fino alla prima metà del cinquecento, non insegnava l’arte del morire bene, ma a schivare le forche caudine del demonio, pronto ad acchiappare l’anima del defunto. grazie all’Ars Moriendi vicino alla morte ci si poteva sentire più tranquilli.
Con l’avvento di nuove correnti di pensiero come l’illuminismo, il positivismo e il progresso scientifico derivato dalle nuove idee, il concetto di morte si allontana dalla sfera religiosa o meglio spirituale. La vita viene vista come materia di studi scientifici e le varie discipline ne definiscono gli aspetti inerenti le loro materie. Se da un lato questo frazionamento porta la scienza a definizioni a volte difficilmente percepibili al di fuori del contesto logico in cui sono state formulate, o a volte addirittura tautologiche, è anche vero che discipline del tutto nuove come la psicologia offrano scenari interessanti.
Sulla costruzione e lo sviluppo del concetto di morte nei bambini, la scienza ha evidenziato due piani distintivi ma interdipendenti: il piano cosciente ed intellettivo, ossia le progressive tappe del pensiero che conducono alla nascita del concetto e il piano inconscio, cioè le manifestazioni della pulsione di morte nella produzione di paure inconsce. Prima dei cinque anni il bambino esprime il concetto di morte come assenza. Vita e morte non sono dissociabili dall’altra coppia di opposti presenza/assenza. Morto è colui che non c’è ma può sempre riapparire.
Tra i cinque e dieci anni prende forma il concetto di morte, la sua costruzione è parallela a quella del concetto di vita. In un primo momento definito da Piaget “artificialismo”, tutto ciò che si muove a cui il bambino da un’intenzionalità come il vento, il sole, le nuvole, ecc… è considerato vivo. successivamente la nozione di vivente viene ristretta ai soli oggetti con moto proprio , in seguito ai soli animali e piante e solo per quest’ultimi il bambino parlerà di morte.
Il carattere di irreversibilità della morte viene acquisito relativamente tardi, cioè verso gli otto anni, prima è un’assenza provvisoria e reversibile.
iI carattere di inevitabilità della morte è allo stesso modo oggetto di una progressiva evoluzione del pensiero. in un primo momento la morte è associata ad un incidente, cioè risulta essere la conseguenza di un atto aggressivo esterno. Morto è chi viene ucciso . Solo più tardi la morte acquista i caratteri di legge iscritta nell’ordine biologico, di evento inevitabile. Se quindi solo alle soglie della pubertà il bambino è in grado di pensare alla morte come evento ineluttabile ed irreversibile, ben prima la morte fa la sua comparsa nell’inconscio.
Ma che concetto avrà l’uomo di domani della morte se oggi viviamo in una società dove da tempo si è radicata una cultura fondata sulla massima “il tempo è denaro”, dove il sociale è stato assorbito dal villaggio globale, dove i mass media si presentano come unici portatori di valore e memorie, dove paradossalmente l’allungarsi della vita ha caricato di significati negativi il concetto di vecchiaia.
Nella società medievale la vita era breve, i pericoli in genere assai poco controllabili e la morte era spesso dolorosa, ma la partecipazione alla morte dei propri simili era maggiore rispetto ad oggi.
La rimozione della morte dalla vita sociale si manifesta oggi in forme diverse, è significativo come i bambini siano allontanati dal morente o come si creino situazioni imbarazzanti dinnanzi al moribondo, spesso non si sa che dire, le parole, i gesti e i riti convenzionali che in passato risultavano così naturali e attraverso cui fluiva serena la vita di tutti i giorni, oggi appaiono banali, vuoti, diviene difficile esprimere i sentimenti che pervadono l’animo.
Il progresso in campo scientifico e anche in campo medico hanno portato notevoli benefici alla società, ma con esso l’uomo si è illuso di trovare la soluzione alle sue angosce esistenziali. Alcuni filosofi contemporanei hanno si trovato un fine ultimo, ma non forniscono il mezzo per raggiungerlo, per diminuire effettivamente il disagio di fronte ala morte.
Cito ad esempio Elias ne “la solitudine del morente” : ”la morte non cela alcun mistero, non apre nessuna porta: è la fine di una creatura umana. ciò che di essa sopravvive è quanto ha dato agli altri uomini e ciò sarà conservato nella loro memoria. L’etica dell’uomo che si sente solo decadrà rapidamente se cesseremo di rimuovere la morte accettandola come parte integrante della vita”.
Credo che avere coscienza di ciò non basti ad alleviare timori e paure. Bisogna invece rivalutare il passato quando l’uomo aveva ben presente l’importanza della spiritualità e restituire a questa gli aspetti della vita e della morte che le appartengono.

Lascia un commento